Prezzo dell’olio extravergine in picchiata, allarme dei produttori: a rischio il futuro degli uliveti italiani

Il mercato dell’olio extravergine d’oliva attraversa una fase particolarmente difficile, con quotazioni in forte calo e crescenti preoccupazioni per la redditività delle aziende agricole. La diminuzione dei prezzi sta mettendo sotto pressione gli olivicoltori italiani, che chiedono misure concrete per tutelare il comparto e garantire un futuro alla produzione nazionale.

La protesta è arrivata nelle strade di Bari, dove il 12 ottobre circa duemila produttori si sono riuniti davanti alla Prefettura per richiamare l’attenzione delle istituzioni sulla situazione economica del settore. Con l’avvio della nuova campagna olearia ormai imminente, il timore è che i ricavi non siano sufficienti a sostenere le spese necessarie per la raccolta e la gestione degli uliveti.

In alcune aziende la situazione è diventata così complessa da far ipotizzare di non raccogliere le olive, una scelta che potrebbe avere conseguenze pesanti sulla continuità delle attività agricole.

Prezzi dell’olio in caduta: dai 9,20 euro a poco più di 4 euro al chilo

Uno degli aspetti più preoccupanti riguarda il rapido ridimensionamento delle quotazioni. Secondo i dati riportati dal Sole 24 Ore, il prezzo dell’olio extravergine, che nel novembre 2025 aveva raggiunto circa 9,20 euro al chilogrammo, si attesta oggi intorno ai 4-4,20 euro. In alcuni casi vengono segnalati valori ancora inferiori, fino a 3,80 euro al chilo.

La contrazione, superiore alla metà rispetto ai livelli di un anno fa, arriva in un momento delicato per le aziende agricole, chiamate a sostenere i costi della nuova raccolta.

Per molti produttori, vendere a queste condizioni significa ridurre sensibilmente i margini economici, con il rischio di non riuscire a recuperare gli investimenti effettuati durante l’anno. La questione non riguarda soltanto il prezzo finale del prodotto, ma la possibilità stessa di mantenere economicamente sostenibile la coltivazione degli ulivi.

La ripresa della produzione spagnola aumenta l’offerta

Tra i fattori che contribuiscono alla flessione dei prezzi figura il recupero della produzione in Spagna, uno dei principali Paesi produttori di olio d’oliva. Dopo due campagne condizionate dalla siccità, le prospettive per il raccolto spagnolo sono migliorate sensibilmente.

Le stime citate indicano una produzione di circa 1,6 milioni di tonnellate, con un incremento del 29% rispetto alla stagione precedente. La maggiore disponibilità di prodotto sui mercati internazionali contribuisce ad aumentare la pressione sulle quotazioni, con ripercussioni anche sull’olio italiano.

L’aumento dell’offerta, unito alle difficoltà delle aziende agricole nel sostenere i costi di produzione, alimenta quindi una situazione complessa per l’intera filiera.

I produttori chiedono prezzi sostenibili e maggiori controlli

A lanciare l’allarme è anche Unapol, l’organizzazione dei produttori olivicoli. Il presidente Tommaso Loiodice ha evidenziato le difficoltà economiche delle imprese, aggravate anche dall’incremento delle spese energetiche.

Secondo la posizione espressa dall’organizzazione, per garantire una maggiore sostenibilità alle aziende sarebbe necessario evitare che il prezzo dell’olio scenda sotto i 7 euro al chilogrammo. Una soglia indicata dai rappresentanti del settore per consentire ai produttori di affrontare le spese e mantenere attive le coltivazioni.

Tra le richieste avanzate figurano anche una revisione delle importazioni agevolate di olio proveniente da Paesi extra Ue e un’applicazione più efficace delle norme contro le pratiche commerciali sleali e le vendite sottocosto.

L’obiettivo è rafforzare la tutela del prodotto nazionale e assicurare condizioni di mercato che consentano alle aziende di competere senza compromettere la qualità e la sostenibilità della produzione.

Uliveti a rischio abbandono: le conseguenze della crisi

La preoccupazione più grande riguarda le ripercussioni che una crisi prolungata potrebbe avere sul territorio. Se i ricavi non coprono le spese, gli agricoltori potrebbero essere costretti a ridurre gli investimenti, rinunciare alla raccolta o, nei casi più difficili, abbandonare gli uliveti.

Una simile prospettiva avrebbe conseguenze che vanno oltre il bilancio delle singole imprese. La coltivazione dell’olivo rappresenta infatti una componente importante dell’economia agricola di numerose aree italiane, oltre a contribuire alla conservazione del paesaggio rurale e delle tradizioni locali.

La protesta di Bari riporta così al centro del dibattito la necessità di trovare un equilibrio tra disponibilità di prodotto, prezzi di vendita e costi sostenuti dalle aziende.

La sfida dei prossimi mesi sarà capire se gli interventi richiesti dai produttori potranno contribuire a contenere le difficoltà e a preservare la capacità produttiva del settore. Per gli olivicoltori, infatti, non è in gioco soltanto il risultato della prossima campagna, ma anche la possibilità di continuare a investire nella coltivazione e mantenere vivi gli uliveti italiani.

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